Umbria e nocciole


Innovazione tecnica e organizzativa per puntare, con i contoterzisti, all’obiettivo di 1500 ettari di noccioleto umbro entro il 2026

 

ROMA – Cresce e si aggrega la filiera del nocciolo dell’Alta Valle del Tevere, in Umbria. A tirare le fila ci sono Confagricoltura Umbria, ProAgri e Ferrero HCo (la divisione del gruppo Ferrero che si occupa di nocciole), con il supporto della Regione, di Ismea, dell’Università di Perugia e dei Contoterzisti Umbria. Il progetto è stato presentato a Città di Castello (Perugia) dal Presidente di ProAgri Domenico Brugnoni, il Presidente di Ismea Angelo Frascarelli, il Presidente di Confagricoltura Umbria Fabio Rossi, l’assessore regionale all’agricoltura Roberto Morroni, il project Manager Ferrero HCo Fabio Piretta, Danila Farinelli della Fondazione per l’Istruzione Agraria di Perugia e Sergio Bambagiotti, Presidente di Contoterzisti Umbria.

Il presidente della Cooperativa di agricoltori ProAgri Domenico Brugnoni ha aperto i lavori facendo il punto della corilicoltura umbra “passata dai primi 12 ettari sperimentali del 2018 agli odierni 550, con altri 150 ettari che verranno messi a dimora nelle prossime settimane. L’obiettivo iniziale concordato con Ferrero HCo di raggiungere in Umbria i 700 ettari a noccioleto in cinque anni è cambiato. Ora l’obiettivo sono 1500 ettari entro il 2026”.

Le caratteristiche del terreno umbro sono tali da garantire un prodotto di qualità, ma servirà una filiera aggregante. Per il raggiungimento dell’obiettivo, Ferrero HCo garantirà un prezzo equo delle nocciole e accordi ventennali per il ritiro del prodotto”, ha assicurato il manager Fabio Piretta.

Il Presidente di Ismea Angelo Frascarelli ha, quindi, analizzato la coltura del nocciolo da un punto di vista tecnico economico; ha valutato la redditività per gli agricoltori alla luce degli investimenti necessari e dell’andamento dei mercati per concludere che è necessaria una “notevole innovazione tecnica e organizzativa”.

Aspetto ripreso sia dalla professoressa Daniela Farinelli illustrando le sperimentazioni agronomiche eseguite da un polo di eccellenza come l’Università di Perugia, sia dal Presidente di Confagricoltura Umbria Fabio Rossi: “È necessario superare il limite della distanza tra impresa agricola e proprietà fondiaria”, ha detto, ma ha anche sottolineato l’importanza dei contoterzisti su tutte le filiere, compresa quella del nocciolo. “In corilicoltura gli interventi agromeccanici incidono notevolmente sui costi. Devono essere eseguiti con i mezzi meccanici idonei per il movimento terra, i livellamenti, i drenaggi, le rippature profonde almeno un metro per creare un terreno che favorisca un radicamento veloce delle piante: lavorato professionalmente il noccioleto può andare in produzione già dopo quattro anni e non dopo cinque o sei”.

È quindi intervenuto il Presidente di Contoterzisti Umbria Sergio Bambagiotti affermando come la meccanizzazione sia in grado di tenere uniti la sostenibilità ambientale e la salvaguardia del reddito degli agricoltori: “Nell’Alta Umbria la coltura del nocciolo può e deve trovare soddisfatte le proprie valenze ecologiche finalizzate alla quantità e qualità del frutto. La sostenibilità economica del progetto passa, però, da una moderna corilicoltura che riduca al massimo le ore di lavoro manuale, quindi da noi agromeccanici. Le nuove tecniche di impianto e di gestione devono fare riferimento alla meccanizzazione e all’adozione di protocolli produttivi sostenibili. Una sfida alla quale i contoterzisti umbri sono pronti. L’espressione ‘si è sempre fatto così, perché cambiare?’ non fa parte del nostro dna come di nessun imprenditore. Dovremo attrezzarci per tempo, man mano che crescono le piante, ma arriveremo con tutti i servizi agromeccanici necessari a 1500 ettari di un moderno noccioleto umbro”.

L’obiettivo di 1500 ettari porterà l’Umbria tra le prime cinque regioni italiane”, ha proseguito l’assessore Roberto Morroni. Nonostante l’Italia produca il 13% circa delle nocciole a livello mondiale, importa il 43% del suo fabbisogno annuale: “Il sostegno della Regione deve andare alle filiere che daranno reddito all’agricoltore. Solo se c’è reddito si potrà reinvestire in ricerca, sicurezza, qualità e ambiente. È vero, non si può rimanere fermi e non cambiare nulla perché si è sempre fatto così”, ha concluso.



Data pubblicazione

10-11-2021

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