Tassinari: «Il decreto deve favorire l’accesso a servizi agromeccanici professionali e certificati. Solo così la tecnologia in campo diventa vera tracciabilità e resa oltre le 10 tonnellate»
ROMA, 11 febbraio 2026 – L’inchiostro sulla Gazzetta Ufficiale è asciutto e, mentre il settore analizza le cifre del rilancio di mais, frumento e orzo, UNCAI (Unione Nazionale Contoterzisti Agromeccanici ed Industriali) accoglie con favore lo sblocco dei fondi del Decreto sulla Sovranità Alimentare, ma lancia un avvertimento: con 47,5 milioni stanziati per il biennio 2025-2026 (di cui 7,6 milioni di euro annui destinati specificamente alla filiera del mais), lo Stato ha finalmente messo la “benzina” nel serbatoio, ma anche il miglior carburante è inutile se il motore è fuori fase.
«Il decreto è il ponte economico che mancava, ma la sovranità alimentare non si firma negli uffici: si costruisce in campo, sopra una mietitrebbia», commenta il presidente di UNCAI, Aproniano Tassinari. In Italia, oltre l’85% delle operazioni di raccolta dei cereali è affidata alle imprese di meccanizzazione agricola. È un dato che non si può ignorare: l’agricoltore mette il seme e la firma sul contratto di filiera, ma è il contoterzista a garantire che quel prodotto arrivi nel centro di stoccaggio sano, pulito e tracciabile.
Secondo UNCAI, la partita si vince solo se smettiamo di considerare il contoterzista come un semplice “prestatore d’opera” e iniziamo a vederlo come il garante tecnologico della filiera. Mettere in campo una macchina tarata male oggi non è solo un errore tecnico, è un suicidio economico: lasciare a terra il 10% del prodotto significa erodere margini già ridotti all’osso, un lusso che il sistema Italia non può più permettersi. La vera barriera contro le aflatossine non si alza infatti negli uffici, ma sui campi, intercettando il momento esatto della maturazione fisiologica grazie a una forza d’urto logistica che solo le imprese agromeccaniche possono garantire.
Non è solo questione di muscoli e acciaio, ma di neuroni digitali. I contoterzisti sono i driver dell’Agricoltura 4.0, gli unici capaci di trasformare ogni chicco raccolto in un dato utile per la semina successiva attraverso la mappatura delle rese, l’unica strada percorribile per riportare la media nazionale stabilmente sopra le 10 tonnellate per ettaro. Anche sul fronte della sostenibilità, laddove si punta a sostituire l’urea con i reflui zootecnici, il processo poggia interamente sulle spalle (e sui mezzi) di chi gestisce la logistica e lo spandimento o l’interramento professionale.
Il cuore della strategia deve essere quello di mettere l’agricoltore nelle condizioni di poter scegliere servizi agromeccanici professionali e certificati. L’obiettivo è abbattere la barriera dei costi per facilitare il ricorso a prestazioni d’eccellenza, capaci di garantire quella trasparenza e tracciabilità delle operazioni che il mercato oggi esige. Solo se i fondi del decreto serviranno a pagare servizi di qualità, avremo una filiera davvero più forte: l’agricoltore incassa il premio, il contoterzista ha la stabilità per investire in tecnologie ancora più efficienti e l’industria riceve un mais italiano sicuro.
La sfida per il biennio 2025-2026 è passare dalla logica del sussidio a quella della programmazione. «Usare questi fondi per tamponare buchi di bilancio sarebbe un errore imperdonabile», conclude Tassinari. «Dobbiamo usarli per integrare i servizi agromeccanici d’avanguardia nel cuore dei contratti di filiera. Ora serve che la burocrazia di AGEA sia tempestiva quanto una mietitrebbia in pieno agosto: il mais ha rialzato la testa, non possiamo permetterci di farlo inciampare proprio ora».