CBAM sui fertilizzanti: il 19 maggio ultima occasione per non lasciare soli gli agricoltori
Il CBAM tassa le emissioni incorporate nel processo industriale di produzione dei fertilizzanti azotati — un carbonio prodotto dalle fabbriche, non dai campi. Eppure il costo si scarica sull'agricoltore, che è l'acquirente finale di un prodotto che non ha fabbricato. UNCAI chiede alla Commissione europea di destinare le entrate del CBAM a un fondo di compensazione diretto per il settore agricolo, anziché limitarsi a sospendere uno strumento che ha una logica climatica corretta
Roma, 7 maggio 2026 - Lunedì 19 maggio la Commissione europea presenterà il Piano europeo per i fertilizzanti. È una scadenza che il settore agricolo e agromeccanico italiano aspetta con aspettative alte e, va detto, con qualche preoccupazione. Il rischio è che si arrivi con una risposta d'emergenza a un problema strutturale.
Il problema è noto, ma fino a pochi giorni fa mancava un numero su cui ragionare. Copa e Cogeca lo hanno finalmente fornito: nei prossimi sette anni, il Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere — il CBAM — potrebbe costare agli agricoltori europei tra 12 e 39 miliardi di euro. Solo nel 2026, il costo diretto è stimato in 820 milioni di euro, con un aumento medio dei prezzi dei fertilizzanti azotati già del 15%. La forchetta tra le due stime riflette un'incertezza metodologica reale — quanto allineeranno i listini i produttori europei, in un mercato poco competitivo — ma anche la cifra più conservativa è sufficiente a capire che non siamo di fronte a un aggiustamento marginale.
“Il CBAM è stato pensato per correggere una distorsione di mercato vera: i produttori extra-UE che non pagano i costi ambientali della loro produzione hanno un vantaggio competitivo che non riflette la realtà”, afferma Aproniano Tassinari, presidente UNCAI. “Il problema non è lo strumento. Il problema è dove finisce il costo. L'agricoltura ha le sue emissioni — metano, protossido d'azoto — su cui il settore sta lavorando. Ma il CBAM non tassa quelle emissioni: tassa il processo industriale di produzione dei fertilizzanti nelle fabbriche di ammoniaca e urea fuori dall'UE. Quel carbonio lo produce il petrolchimico egiziano o russo, non chi compra il sacco di urea. E il costo, lungo la catena commerciale, arriva all'agricoltore: che compra il fertilizzante più caro, vende il grano al prezzo di Chicago, e la differenza la assorbe lui”.
La risposta più immediata che circola — sospendere il CBAM — è comprensibile come reazione d'emergenza, soprattutto nel contesto della crisi degli approvvigionamenti innescata dalla situazione iraniana e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Ma non risolve il problema strutturale. Sospendere il meccanismo significa restituire il vantaggio competitivo ai produttori extra-UE ad alta intensità carbonica, penalizzare chi nel frattempo ha investito in tecnologie più pulite — agricoltori e imprese agromeccaniche, che rinnovano parchi macchine con standard emissivi sempre più severi — e rimandare di qualche anno la stessa identica crisi.
UNCAI ritiene che esista una strada diversa, più solida e più equa.
La proposta: usare le entrate del CBAM per compensare gli agricoltori
Il CBAM sui fertilizzanti genera entrate che confluiscono nel bilancio europeo. Nel 2026, solo su questa categoria di prodotti, quelle entrate supereranno i 500 milioni di euro — e cresceranno ogni anno. La domanda che nessuno ha ancora risposto pubblicamente è: dove vanno questi soldi?
UNCAI chiede che il Piano europeo per i fertilizzanti del 19 maggio istituisca un Fondo di compensazione agricola diretto, alimentato da una quota vincolata delle entrate CBAM generate dai fertilizzanti. Non un nuovo sussidio a carico del bilancio comunitario: una restituzione, al settore che il meccanismo sta penalizzando, di quanto il meccanismo stesso ha incassato. La logica è semplice: se il CBAM serve a correggere un fallimento di mercato, le sue entrate non dovrebbero finire nel bilancio generale, ma tornare a chi quel fallimento di mercato lo subisce senza averlo causato.
“Non stiamo chiedendo di smontare una politica climatica. Stiamo chiedendo che chi raccoglie le entrate di quella politica dica chiaramente dove le mette. Il CBAM sui fertilizzanti incassa centinaia di milioni l'anno: se anche solo una parte di quei soldi tornasse al settore agricolo come compensazione diretta o come investimento in efficienza d'uso dei fertilizzanti, avremmo uno strumento che funziona per il clima e non distrugge la redditività agricola. Invece in questo momento stiamo applicando la tassa e non stiamo destinando le entrate. È questa l'incoerenza che chiediamo di correggere il 19 maggio”, aggiunge il presidente UNCAI
Concretamente, UNCAI chiede che il Piano del 19 maggio contempli tre misure. La prima: la pubblicazione di un rendiconto trasparente sulle entrate CBAM generate dai fertilizzanti e sulla loro destinazione attuale. La seconda: l'avvio di una consultazione sulla fattibilità di un fondo di compensazione diretto per gli acquirenti finali di fertilizzanti azotati, con una quota vincolata delle entrate del meccanismo. La terza: misure transitorie immediate — crediti d'imposta o anticipi rimborsabili — che neutralizzino l'aumento dei costi già in corso nel 2026, nell'attesa di uno strumento strutturale.
I dati di partenza non lasciano molto spazio all'ottimismo. A gennaio 2026 le importazioni europee di fertilizzanti azotati si sono fermate a 179.877 tonnellate, contro le 1.183.728 di gennaio 2025: un crollo dell'84%. Le scorte nelle aziende italiane coprono oggi meno della metà del fabbisogno del prossimo raccolto. I fertilizzanti incidono tra il 15% e il 30% dei costi di produzione nelle aziende cerealicole, che registrano margini negativi per il terzo anno consecutivo.
A questo si aggiunge la dinamica strutturale che Copa e Cogeca chiamano «effetto forbice»: i costi degli input agricoli salgono per effetto di politiche normative, mentre i prezzi di vendita restano fissati dai mercati globali. È una tenaglia. Il CBAM non l'ha creata, ma la stringe.
Le imprese agromeccaniche, pur non acquistando direttamente fertilizzanti — nella prassi del settore è l'azienda agricola a restare titolare dell'acquisto anche quando la lavorazione viene affidata al contoterzista — subiscono questo deterioramento attraverso i clienti: aziende con meno liquidità ordinano meno lavorazioni, riducono superfici, rimandano investimenti. La salute del settore agricolo e quella del settore agromeccanico sono legate da un nesso diretto.
L'appello per il 19 maggio
Il Piano europeo per i fertilizzanti è un'occasione che non si ripresenterà a breve. UNCAI chiede che la Commissione europea lo utilizzi per rispondere non alla crisi contingente — che ha la sua logica emergenziale — ma al problema strutturale che quella crisi ha reso visibile: un settore agricolo esposto a costi crescenti dettati da politiche normative, senza strumenti di compensazione proporzionati e senza voce nella destinazione delle entrate che quelle politiche generano.
La sospensione del CBAM è una risposta. Usare le entrate del CBAM per compensare chi le subisce è una soluzione. La differenza vale la pena esplorarla, prima che la finestra del 19 maggio si chiuda.
Il Carbon Border Adjustment Mechanism (Regolamento UE 2023/956) è in vigore nella fase definitiva dal 1° gennaio 2026. Impone agli importatori di beni ad alta intensità carbonica — tra cui i fertilizzanti azotati — di acquistare certificati corrispondenti al prezzo del carbonio che sarebbe stato pagato se quei beni fossero stati prodotti nell'UE secondo le norme ETS. L'obiettivo è prevenire la «carbon leakage»: la rilocalizzazione della produzione in paesi con standard ambientali più bassi.
I fertilizzanti azotati (ammoniaca, urea, nitrato ammonico) sono tra i prodotti più colpiti perché la loro produzione tramite il processo Haber-Bosch è ad altissima intensità energetica. Circa il 30% del fabbisogno UE è coperto da importazioni extra-europee.