Negli ultimi mesi, in diverse aree del Paese, si moltiplicano le segnalazioni di agricoltori che eseguono trattamenti fitosanitari — diserbo compreso — con droni acquistati autonomamente, senza patentino, senza autorizzazione e senza le coperture assicurative previste dalla normativa aeronautica. Un episodio avvenuto nei pressi dell'aeroporto di Cuneo-Levaldigi, già ripreso dalla cronaca locale nelle scorse settimane, ha reso pubblico un fenomeno che, secondo chi opera quotidianamente sul territorio, appare più diffuso di quanto i pochi casi noti lascino intuire.
UNCAI ritiene utile fare chiarezza. Non per colpire chi sbaglia, ma perché la confusione su regole ancora in via di definizione rischia di produrre danni che ricadono su tutta la filiera, compresi gli agricoltori in buona fede.
La legge 2 dicembre 2025, n. 182 ha aperto la possibilità di autorizzare, in via sperimentale e per tre anni, l'irrorazione aerea con droni su terreni agricoli. È una novità importante, ma resta sulla carta finché non sarà pubblicato il decreto attuativo, che dovrà stabilire colture, prodotti impiegabili e procedure autorizzative. Fino a quel momento, la distribuzione di fitofarmaci tramite drone resta consentita soltanto nell'ambito di sperimentazioni condotte da università, enti di ricerca, servizi fitosanitari regionali e centri di saggio autorizzati dal Ministero della Salute. Per chiunque altro, trattare un campo con un drone, oggi, significa operare fuori dalla legge, indipendentemente dalle intenzioni.
Non si tratta solo di un adempimento mancante. I prodotti fitosanitari oggi in commercio sono formulati e autorizzati per la distribuzione da terra: non esistono, allo stato attuale, prodotti autorizzati per l'impiego tramite drone, né linee guida consolidate su altezza di volo, tipologia di ugelli, concentrazioni e comportamento della deriva in queste condizioni. Sono proprio questi gli aspetti su cui università e centri di ricerca — anche con il contributo dei contoterzisti — stanno lavorando per costruire un quadro di conoscenze solido. Il Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari dell'Università di Torino, che da anni sperimenta l'impiego dei sistemi UAS in agricoltura, sottolinea come la disponibilità tecnologica non coincida ancora con la maturità delle conoscenze necessarie a un utilizzo sicuro ed efficace.
Chi effettua trattamenti fitosanitari con droni privi di autorizzazione rischia il sequestro del mezzo, sanzioni amministrative rilevanti e, nei casi più gravi, responsabilità di natura penale, oltre alla possibile distruzione del raccolto trattato con prodotti non autorizzati per uso aereo. A questo si aggiunge un rischio meno visibile ma non meno concreto: "Un incidente o un caso eclatante, come quello registrato vicino a uno scalo aeroportuale, può ritardare l'iter dei decreti attuativi e delle autorizzazioni sperimentali che il settore, contoterzisti compresi, sta cercando di costruire con serietà negli ultimi mesi", sottolinea il presidente di UNCAI Aproniano Tassinari.
UNCAI guarda con interesse alla sperimentazione in corso sui droni per l'agricoltura di precisione e ai margini di innovazione che questa tecnologia può offrire, in particolare nei contesti dove i mezzi tradizionali faticano a intervenire. Proprio per questo invita gli operatori a non anticipare i tempi: verificare sempre le limitazioni vigenti attraverso i canali ufficiali di ENAC e la piattaforma d-flight, attendere il decreto attuativo della legge 182/2025 e rivolgersi, per i trattamenti fitosanitari, a chi opera nel pieno rispetto delle norme. "È l'unico modo perché una tecnologia ancora giovane diventi, nei tempi corretti, una risorsa in più per l'agricoltura italiana, senza bruciare, per un vantaggio immediato, un percorso che riguarda l'intero settore", aggiunge il presidente di Apima Cremona Rossano Remagni Buoli, coinvolto con il fratello Roberto in diverse sperimentazioni in Lombardia, Piemonte ed Emilia-Romagna.
Vale la pena aggiungere un punto che riguarda l'economia reale delle imprese. Un drone attrezzato per i trattamenti fitosanitari, comprensivo di tutta la dotazione necessaria, può arrivare a costare intorno ai 100 mila euro; un trampolo attrezzato per lo stesso tipo di intervento da terra costa circa il triplo. Ma il costo orario o per ettaro del trattamento, per chi lo commissiona, resta sostanzialmente lo stesso. Chi opera con un drone privo di autorizzazione non sta dunque offrendo un servizio più conveniente: sta evitando i costi — assicurazione, formazione, certificazione — che la legge impone a chi lavora nel rispetto delle regole. È concorrenza sleale nei confronti di chi ha investito in un trampolo spesso ancora da ammortizzare, e che in un contesto rurale rappresenta anche un presidio di lavoro stabile per la comunità. Il trampolo, va detto, ha un vantaggio tutt'altro che secondario: è legale, e non precipita al suolo. "In un settore dove ci si conosce e ci si osserva, la scorciatoia individuale rischia di diventare un problema di tutti: la strada giusta resta quella che si può percorrere insieme, non quella che qualcuno si ritaglia da solo scavalcando le regole", conclude il presidente Tassinari.