Il recente intervento del MASAF per gli investimenti destinati ad accrescere la sostenibilità della produzione vinicola prevede un contributo fino all’80% delle spese ammissibili. Tra gli investimenti rientrano tecnologie per la produzione di precisione e digitalizzata, sensori, droni e atomizzatori. Il decreto dello sorso agosto individua come beneficiari le imprese che conducono vigneti con varietà di uve da vino e demanda ad AGEA la definizione delle modalità applicative, dei controlli, dei pagamenti e delle sanzioni.
UNCAI condivide l’obiettivo della misura, la sostenibilità, ma chiede che nelle disposizioni applicative venga chiarito un punto essenziale: come sarà verificato che i beni acquistati con un contributo pubblico così elevato siano effettivamente utilizzati secondo la finalità dell’investimento che ha giustificato l’aiuto.
«Una macchina pagata fino all’80% dalla collettività non può diventare, senza ulteriori verifiche, uno strumento per fare concorrenza sul mercato dei servizi alle imprese agromeccaniche, che la stessa macchina devono acquistare a prezzo pieno», sottolinea il presidente UNCAI Aproniano Tassinari.
Il punto, secondo UNCAI, è innanzitutto nelle regole europee. L’articolo 11 del regolamento delegato (UE) 2022/126 stabilisce che, per gli investimenti in immobilizzazioni materiali e immateriali nei settori interessati, compreso quello vitivinicolo, gli Stati membri devono garantire che i beni acquisiti siano utilizzati secondo la natura, gli obiettivi e l’uso previsto dal beneficiario, così come descritti nell’intervento del Piano strategico della PAC. La stessa norma prevede il recupero dell’aiuto in caso di inosservanza delle condizioni e, in particolare, quando intervengano modifiche significative che compromettano la natura o gli obiettivi originari dell’intervento.
Il principio è ripreso e concretizzato dal decreto MASAF. La domanda deve infatti essere accompagnata da una relazione tecnica che dimostri il contributo positivo dell’investimento agli obiettivi ambientali e ne motivi la realizzazione in relazione alla realtà produttiva dell’impresa.
«È un passaggio importante – osserva Tassinari –. Se un investimento viene finanziato perché deve rendere più sostenibile la produzione dell’impresa che presenta la domanda, è coerente che anche l’utilizzo del bene rimanga collegato a quella finalità. Non è una forzatura chiedere che il bene finanziato resti funzionale alla realtà produttiva che ha giustificato il contributo. La forzatura sarebbe piuttosto estendere automaticamente quella finalità dalla produzione aziendale all’offerta di servizi per chiunque disponga di un vigneto».
UNCAI non mette quindi in discussione le attività connesse che la normativa consente alle imprese agricole. La questione è un’altra: stabilire se e in quale misura un bene acquistato con un contributo destinato alla sostenibilità della produzione dell’impresa beneficiaria possa essere utilizzato come strumento commerciale per svolgere lavorazioni presso altre aziende.
La differenza economica non è marginale. Un’impresa agricola che acquista una macchina con un contributo dell’80% sostiene una quota limitata del costo dell’investimento. Un’impresa agromeccanica che acquista la stessa tecnologia per offrire professionalmente quel servizio sul mercato ne sostiene invece integralmente il costo.
Se il bene agevolato viene poi utilizzato stabilmente per lavorazioni a pagamento presso aziende terze, il sostegno pubblico alla sostenibilità rischia così di produrre anche un effetto sulla capacità competitiva del beneficiario nel mercato dei servizi agromeccanici.
«Non si può considerare aziendale un investimento nel momento in cui si assegna il contributo e commerciale soltanto nel momento in cui se ne utilizza la capacità produttiva sul mercato – continua Tassinari –. Se si ritenesse che un bene finanziato per la produzione aziendale possa essere liberamente trasformato in uno strumento per fare conto terzi, allora si apre una questione di coerenza: perché la stessa opportunità non dovrebbe essere valutata per le imprese la cui attività prevalente è proprio l’agromeccanica e che acquistano quelle medesime tecnologie senza beneficiare della misura?».
Per UNCAI si tratta di evitare che una misura costruita per sostenere un investimento aziendale finisca per creare, indirettamente, un vantaggio finanziario nell’attività commerciale svolta sullo stesso mercato da altri operatori.
Il DM 381401 prevede già controlli successivi al pagamento e stabilisce che gli investimenti restino nella proprietà e nel possesso del beneficiario per almeno cinque anni. Le modalità operative dei controlli, dei pagamenti e delle sanzioni sono però demandate alla successiva circolare AGEA. Il decreto dispone inoltre un articolato sistema di controlli informatici per evitare sovrapposizioni e doppi finanziamenti, attraverso il fascicolo aziendale, SIAN e le banche dati regionali. In alcune Regioni sono già previsti controlli incrociati specifici sulle macchine e sulle attrezzature oggetto di finanziamento.
«Chiediamo che il principio europeo sulla destinazione dei beni finanziati venga tradotto in un controllo anche sul loro utilizzo effettivo. Una macchina moderna lascia tracce digitali: se è abbastanza intelligente da dosare un trattamento al centimetro, dovrebbe poter dire anche dove sta lavorando», precisa Tassinari.
Per UNCAI, la futura circolare AGEA dovrebbe quindi chiarire almeno quali utilizzi del bene siano compatibili con la finalità dell’investimento e quali possano invece configurare una modifica significativa della destinazione originaria, prevedendo controlli proporzionati sull’effettivo impiego delle macchine finanziate.
«La sostenibilità è un obiettivo che condividiamo. Ma non può diventare la porta d’ingresso per una concorrenza sostenuta dal denaro pubblico. Se una misura finanzia un bene per una determinata finalità, quella finalità deve restare verificabile anche nell’uso del bene. E se si decide di portare quel bene sul mercato dei servizi, allora bisogna avere il coraggio di affrontare fino in fondo la questione della parità delle condizioni competitive per tutte le imprese che operano su quel mercato», conclude Tassinari.